Omesso versamento contributi: crisi di liquidità non invocabile

Solo il pagamento dei contributi, rapportati alla remunerazione corrisposta al prestatore, mette al riparo l’imprenditore da possibili ripercussioni penali. E’ questo il caso della sentenza della Suprema Corte di Cassazione, III sez. penale, con la quale è stata definita la condanna di un imprenditore a tre mesi di reclusione per il reato di cui all’art. 2 comma 1-bis L. 638/1983. L’imprenditore, limitatamente agli omessi versamenti relativi alle annualità 2010 e 2011, era stato condannato a 3 anni di reclusione e 420mila euro di multa. L’imputato si difendeva adducendo come giustificazione la decennale crisi di liquidità dell’impresa. La Cassazione ha ricordato che, di fronte a questa eventualità, occorre assolvere precisi oneri di allegazione che devono investire non solo l’aspetto della non imputabilità al datore di lavoro della crisi economica, ma anche la circostanza che detta crisi non potesse essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso ad idonee misure da valutarsi in concreto. Le motivazioni del contribuente si scontravano con la realtà fattuale e con la mancata allegazione di aver attinto al proprio patrimonio per onorare il debito contributivo. «Poiché la forza maggiore postula la individuazione di un fatto imponderabile, imprevisto ed imprevedibile, che esula del tutto dalla condotta dell’agente, sì da rendere ineluttabile il verificarsi dell’evento, non potendo ricollegarsi in alcun modo ad un’azione cosciente e volontaria dell’agente, questa Suprema Corte ha sempre escluso, quando la specifica questione è stata posta, che le difficoltà economiche in cui versa il soggetto agente possano integrare la forza maggiore penalmente rilevante».

Corte di cassazione – Sezione III penale – Sentenza 21 gennaio n. 2565

 

2019-01-28T16:55:41+00:00 28 gennaio 2019|