Attenuanti generiche


Le attenuanti generiche non vanno intese come oggetto di benevola “concessione” da parte del giudice: posto che la ragion d’essere della relativa previsione normativa è quella di consentire al giudice un adeguamento, in senso più favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, in considerazione di peculiari e non codificabili connotazioni tanto del fatto quanto del soggetto che di esso si è reso responsabile, ne deriva che la meritevolezza di detto adeguamento non può mai essere data per scontata o per presunta, sì da dar luogo all’obbligo, per il giudice, ove questi ritenga invece di escluderla, di giustificarne sotto ogni possibile profilo l’affermata insussistenza.


Corte di cassazione Sez. II
Sentenza n. 5511


In fatto
1. La Corte di appello di Perugia, con sentenza del 11/07/2022, ha parzialmente riformato la sentenza emessa in data 06/05/2021 dal G.u.p. del Tribunale di Terni, ad esito di rito abbreviato, riducendo la pena inflitta a (Omissis) e (Omissis) per i delitti agli stessi ascritti (artt. 110, 648, 61 n. 2, 628, comma primo e terzo n. 1 cod. pen.; per il solo A.A. art. 73, comma 4, d.P.R. n. 309 del 1990.
2. (Omissis) e (Omissis) hanno proposto ricorso per cassazione, articolando motivi di ricorso che qui si riportano nei limiti strettamente necessari per la motivazione ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen.
2.1. Ricorso Avv. (Omissis) per (Omissis).
2.1.1. Vizio della motivazione perché mancante, contraddittoria ed illogica in relazione all’art. 192 cod. proc. pen.; la Corte di appello erra nel ritenere provata la presenza del (Omissis), l’effettivo orario della rapina presso il supermercato, sulla base di una motivazione acritica, che non tiene conto degli elementi di segno contrario evidenziati dalla difesa, nell’impossibilità di poter ritenere l’imputato presente sul luogo alle 14.50, anche considerata la diversità dell’abbigliamento indossato; le conclusioni della Corte di appello sul punto sono del tutto surreali (non potendosi accedere alla tesi del cambio degli abiti come alibi); anche quanto al riconoscimento fotografico non sono state tenute in considerazione le allegazioni della difesa, anche attese le ambiguità della persona che aveva effettuato il riconoscimento, in modo del tutto informale e sostanzialmente su suggestione degli agenti operanti.
2.1.2. Vizio della motivazione perché mancante e insufficiente in relazione all’art. 99 cod. pen. La Corte di appello avrebbe dovuto escludere la recidiva, atteso l’unico precedente riferibile al (Omissis).
2.1.3. Vizio della motivazione perché contraddittoria e manifestamente illogica in relazione all’art. 62-bis cod. pen.; è mancato un corretto uso del potere discrezionale sul punto, con un semplice richiamo ad una formula di stile.
2.2. Ricorso Avv. (Omissis) per entrambi i ricorrenti.
2.2.1. Violazione di legge, violazione di norme processuali e vizio della motivazione in ogni sua forma in relazione agli artt. 178, 179, 125, 441, 419, 420, 420-bis, 420-tercod. proc. pen., nonché artt. 110, 648 cod.pen., art. 61 n. 2, art. 628, comma primo e terzo, n. 1, cod. pen. in ordine alla omessa declaratoria della nullità della sentenza di primo grado e delle ordinanze impugnate insieme ad essa per la mancata partecipazione degli imputati e dei loro difensori all’udienza del 28/04/2021, con conseguente nullità di tutti gli altri atti successivamente emessi nel giudizio di primo grado e della pronuncia conclusiva e di tutti gli altri atti ad essa conseguenti; la Corte di appello non ha compreso l’eccezione che era stata sollevata; doveva ritenersi illegittimo l’operato del primo giudice che aveva celebrato l’udienza del 28/4/2021, nonostante tutte le parti fossero state avvisate del rinvio alla data del 06/05/2021 e pertanto risultassero assenti; tra l’altro erano assenti anche i due imputati senza alcuna verifica sul punto della loro volontà di partecipazione; la difesa richiamava oltre allo svolgimento del procedimento, anche le fasi relative alla misura cautelare.
2.2.2. Violazione di legge, violazione di norme processuali e vizio della motivazione in relazione agli artt. 178, 181, 182, 125, 604, 605, 442, 426, 530, 533, 546, 597 cod. proc. pen., nonché in correlazione agli artt. 110, 648, 61, n.2, 628 comma primo e terzo, n.l, cod. pen. e per il solo A.A. art. 73, comma 4, d.P.R. n. 309 del 1990; non è stato valutato il motivo dì ricorso con il quale si censurava la sentenza di primo grado in quanto del tutto riproduttiva della ordinanza applicativa della misura della custodia in carcere.
2.2.3. Violazione di legge, violazione di norme processuali e vizio della motivazione in relazione agli artt. 192, 125, 442, 426, 530, 533, 546, 597 cod. proc. pen., nonché in correlazione agli artt. 110, 648, 61, n.2, 628 comma primo e terzo, n.l cod. pen. quanto ai capi a) e b) di imputazione, i giudici di appello non hanno congruamente esaminato tutti i dati di cui disponevano, né hanno fornito una corretta interpretazione degli stessi; tutto il giudizio si è basato sull’erronea convinzione che i responsabili della rapina fossero i fratelli Terrazzano, in assenza di elementi indiziari e di riscontro effettivi, con particolare riferimento alla considerazione dei filmati di videosorveglianza del supermercato, dei tempi di realizzazione della condotta ascritta e del riconoscimento fotografico acquisito, delle dichiarazioni della testimone oculare, sentita a s.i.t. in diverse occasioni e da considerare sostanzialmente condizionata dall’approccio all’indagine della polizia giudiziaria.
2.2.4. Violazione di legge, violazione di norme processuali e vizio della motivazione in relazione agli artt. 192, 125, 442, 426, 530, 533, 546, 597 cod. proc. pen., nonché art. 73, comma 4, d.P.R. n. 309 del 1990 quanto alla ritenuta responsabilità di (Omissis) quanto alla detenzione di sostanza stupefacente nel garage della compagna; tale sostanza stupefacente doveva essere ritenuta detenuta per finalità di uso meramente personale; il ricorrente aveva le risorse per un acquisto di tale portata come esplicitamente documentato.
2.2.5. Violazione di legge, violazione di norme processuali e vizio della motivazione in relazione agli artt.62, n.4, 62-bis, 63, 99, 110, 118, 132, 133 cod. pen., 125 cod. proc. pen., 110, 648, 61, n.2, 628, comma primo e terzo, n. 1 per il solo A.A. art. 73, comma 4, d.P.R. n. 309 del 1990; non sono state erroneamente riconosciute ai ricorrenti le circostanze attenuanti generiche ex art. 62-bis cod. pen. e la circostanza attenuante di cui all’art. 62, n.4, cod. pen., oltre all’erronea applicazione della pena, al riconoscimento della recidiva e delle aggravanti contestate; l’intervento di blanda riduzione mostra tutti i suoi limiti valutativi, attesa l’applicazione di un trattamento sanzionatorio eccessivo e del tutto contrario ai criteri che regolano la determinazione della pena.
3. Il Procuratore generale ha concluso chiedendo che i ricorsi vengano dichiarati inammissibili.
4. I ricorrenti, per il tramite dei difensori, hanno ribadito le proprie conclusioni con memoria scritta del 24/10/2023.


In diritto
1. Il ricorso è inammissibile perché proposto con motivi manifestamente infondati, generici e non consentiti.
2. In via preliminare occorre osservare che tutti i motivi proposti si caratterizzano per oggettiva confusione nella esposizione, evocando contestualmente, senza ulteriore specificazione, violazione di legge, violazione di norme processuali e vizio della motivazione in tutte le sue forme, senza poi puntualmente articolare le censure in ordine al vizio invocato, così scadendo all’evidenza nella aspecificità e genericità del motivo, anche attesa l’enunciazione di elementi già introdotti in appello, del tutto reiterativi nei loro contenuti, in assenza di confronto con la motivazione argomentata e logica della Corte di appello.
Va, in tal senso, ricordato che la mancanza di specificità del motivo, deve essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate della decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di mancanza di specificità, conducente, a norma dell’art. 591, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., all’inammissibilità. Nel proporre un’evidente lettura alternativa del merito, non ammissibile in questa sede, i ricorrenti non si confrontano compiutamente con la motivazione della sentenza di appello.
Inoltre, nei motivi di ricorso si è denunciata la mancanza, contraddittorietà e illogicità della motivazione, con una generica deduzione, contrastante con il principio secondo il quale i vizi della motivazione si pongono “in rapporto di alternatività, ovvero di reciproca esclusione, posto che – all’evidenza – la motivazione, se manca, non può essere, al tempo stesso, né contraddittoria, né manifestamente illogica e, per converso, la motivazione viziata non è motivazione mancante”.
3. In ordine logico è opportuno trattare il primo motivo proposto dall’Avv. (Omissis), nell’interesse di entrambi i ricorrenti. Il motivo, oltre a non essere consentito, attesa la sua reiteratività in assenza di confronto con l’argomentazione puntuale, logica e priva di aporie, della Corte di appello, è anche manifestamente infondato.
La Corte di appello ha compiutamente evidenziato la sequenza procedimentale, ha puntualmente considerato le attività procedimentali poste in essere, considerandone la parziale irregolarità con riferimento esclusivo alle istanze cautelari, ma ha anche puntualmente motivato, in modo logico ed argomentato che non si presta a censure in questa sede, quanto alla piena conoscenza della data di rinvio da parte delle difese, nonché quanto alla assoluta irrilevanza dell’assenza dei difensori alla udienza 28/04/2021 quanto alla ordinaria trattazione del procedimento (con ciò disattendendo ogni ulteriore censura quanto alla partecipazione delle parti), proprio perché, in relazione a tale fase ed udienza, alcuna attività veniva svolta, ed anzi, proprio sulla base della comunicazione del difensore, veniva riconosciuta una ipotesi di legittimo impedimento con rinvio del procedimento.
Alla successiva udienza, la cui data era stata già comunicata anche fuori udienza, tutti i difensori erano presenti e hanno svolto, nel pieno delle loro competenze e facoltà riconosciute dalla legge, l’attività difensiva prevista a suo tempo per la udienza del 28/04/2021, che invece era stata rinviata sia in udienza che con comunicazione di cancelleria, proprio per consentire la partecipazione dell’Avv. (Omissis) Ne consegue che la deduzione anche in questa sede reintrodotta dalla difesa si caratterizza per la sua astrattezza, oltre che infondatezza. Difatti si limita a segnalare l’invalidità dell’attività svolta, postulandone la propagazione sul provvedimento conclusivo, senza specificare il nesso di dipendenza tra atto nullo e attività successiva (dipendenza che oggettivamente è impossibile segnalare atteso che nella udienza oggetto di contestazione in data 28/04/2021 non è stata svolta alcuna attività dibattimentale, se non il rinvio, atteso l’impedimento del difensore).
La deduzione è poi manifestamente infondata per non avere i ricorrenti assolto l’onere, che ricade sulla parte che eccepisce l’inutilizzabilità di atti processuali e dunque l’effetto conseguente alla asserita ricorrenza di nullità, di chiarire puntualmente l’incidenza di tali atti sul compendio probatorio già compiutamente valutato in sede di decisione, tanto da potersi ritenere la decisività in relazione al provvedimento impugnato, anche considerata, all’evidenza, la piena partecipazione dei difensori alta discussione e attività correlate e successive.
4. Quanto ai residui motivi di ricorso occorre rilevare che la difesa, con i due ricorsi, che hanno proposto tematiche oggettivamente sovrapponibili, si è limitata a proporre una lettura alternativa dell’insieme degli elementi acquisiti in giudizio, sebbene questa Corte abbia ripetutamente affermato che è preclusa la possibilità di una nuova valutazione delle risultanze acquisite da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito attraverso una diversa ed alternativa lettura, sia pure anch’essa logica, dei dati processuali o una diversa ricostruzione storica dei fatti o un diverso giudizio di rilevanza o comunque di attendibilità delle fonti di prova. Da ciò consegue l’inammissibilità di tutte le doglianze che criticano la persuasività, l’inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento, rappresentando tutto ciò una non ammissibile interferenza con la valutazione del fatto riservata al giudice del merito.
Ricorre inoltre nel caso in esame una c.d. doppia conforme, avendo il giudice di appello deciso in senso del tutto conforme rispetto all’esito del giudizio abbreviato svoltosi dinnanzi al G.u.p. In tal senso si deve ricordare che la sentenza di appello si salda con quella precedente per formare un unico complessivo corpo argomentativo, specie quando i motivi di gravame non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate e ampiamente chiarite nella pronuncia di primo grado.
Il giudice di appello ha nel caso in esame dettagliatamente considerato ogni risultanza processuale, attraverso una valutazione globale, spiegando in modo logico e adeguato, le ragioni del suo convincimento.
4. Il primo motivo del ricorso dell’Avv. (Omissis) e il secondo, terzo, e quarto motivo dell’Avv. (Omissis), che possono essere trattati congiuntamente in presenza di argomentazioni sovrapponibili, non sono consentiti, realizzando non consentite incursioni nel fatto a fronte di una motivazione logica ed argomentata puntualmente della Corte di appello, con la quale non si confrontano realmente, limitandosi a proporre una lettura alternativa del merito non consentita in questa sede. Di fatto la difesa, in relazione a tutti i capi di imputazione, si è limitata ad affermare l’erroneità della valutazione alla quale è giunta la Corte di appello, ritenendo maggiormente persuasiva la propria versione dei fatti, con argomenti del tutto versati in fatto.
La Corte di appello ha, al contrario, compiutamente vagliato gli elementi acquisiti in giudizio allo stato degli atti, analizzandoli in senso conforme al giudice di primo grado, ricostruendo dinamica del fatto, tempistica ed efficacia della azione coordinata tra i due fratelli, la presenza di elementi documentali e materiali (video riprese delle telecamere di sorveglianza, automobile in possesso dei ricorrenti, sostanza stupefacente in sequestro e caratteristica ed indicativa suddivisione della stessa, passamontagna scuro utilizzato per il travisamento), oltre che testimoniali a riscontro delle contestazioni elevate, con una valutazione complessiva e di sistema che non si presta a censure in questa sede, così disattendendo all’evidenza tutte le censure difensive proposte quanto all’effettivo accertamento della responsabilità dei due fratelli @1/2Te.@ per le imputazioni rispettivamente ascritte.
5. Il secondo motivo di ricorso dell’Avv. (Omissis) e il quinto motivo dell’Avv. (Omissis) possono essere trattati congiuntamente, attese le censure sostanzialmente sovrapponibili che sono state proposte quanto al trattamento sanzionatorio, con particolare riferimento alla ritenuta recidiva, alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e della attenuante di cui all’art. 62 n. 4 cod. pen., con sostanziale critica rispetto alla blanda riduzione posta in essere dalla Corte di appello rispetto alla pena irrogata in primo grado.
Anche in questo caso le doglianze si caratterizzano per la loro aspecificità, in mancanza di reale confronto con la motivazione della Corte di appello, che ha compiutamente motivato su tutti i punti censurati (maggiore pericolosità ed applicabilità della disciplina della recidiva, impossibilità di applicare sia la circostanza attenuante di cui all’art. 62, n.4, cod. pen. che le circostanze attenuanti generiche, in considerazione delle caratteristiche della condotta, della tipologia di danno prodotto e del rilevante curriculum criminale dei ricorrenti in presenza di una pena valutata in applicazione dei minimi edittali).
Deve, in conclusione, essere ribadito il principio secondo il quale la graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen., sicché è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico e sia sorretta da sufficiente motivazione.
Il giudice, infatti, nel realizzare il giudizio di determinazione della pena “non è tenuto ad una analitica enunciazione di tutti gli elementi presi in considerazione, ma può limitarsi alla sola enunciazione di quelli determinanti per la soluzione adottata, la quale è insindacabile in sede di legittimità qualora sia immune da vizi logici di ragionamento”. Anche quanto alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche il giudice di appello ha correttamente applicato i principi costantemente affermati da questa Corte, che qui si devono ribadire, secondo i quali le attenuanti generiche non vanno intese come oggetto di benevola “concessione” da parte del giudice: “posto che la ragion d’essere della relativa previsione normativa è quella di consentire al giudice un adeguamento, in senso più favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, in considerazione di peculiari e non codificabili connotazioni tanto del fatto quanto del soggetto che di esso si è reso responsabile, ne deriva che la meritevolezza di detto adeguamento non può mai essere data per scontata o per presunta, sì da dar luogo all’obbligo, per il giudice, ove questi ritenga invece di escluderla, di giustificarne sotto ogni possibile profilo, l’affermata insussistenza”.
Il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche può essere legittimamente giustificato con l’assenza di elementi o circostanze di segno positivo, a maggior ragione dopo la modifica dell’art. 62-bis, disposta con il d.l. 23 maggio 2008, n. 92, convertito dalla legge 24 luglio 2008, n. 125, per effetto della quale, ai fini della concessione della diminuente non è più sufficiente lo stato di incensuratezza dell’imputato.
6. I ricorsi devono in conclusione essere dichiarati inammissibili, con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma, stimata equa, di euro tremila in favore della cassa delle ammende.


P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della cassa delle ammende.

2024-02-12T18:01:10+01:00 1 Marzo 2024|