Confisca del denaro sul conto corrente bancario. Nonostante la prova della provenienza lecita, per le Sezioni Unite si tratta di confisca diretta.

Con ordinanza n. 7021/2021 era stata rimessa alle Sezioni Unite la seguente questione di diritto: «se il sequestro delle somme di denaro giacenti su conto corrente bancario debba sempre qualificarsi finalizzato alla confisca diretta del prezzo del profitto derivante dal reato, anche nel caso in cui la parte interessata fornisca la prova della derivazione del denaro da un titolo lecito».

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza n.42415, depositata in data 18 novembre 2011, hanno affermato il seguente principio di diritto: «qualora il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca viene eseguita, in ragione della natura del bene, mediante l‘ablazione del denaro, comunque rinvenuto nel patrimonio del soggetto, che rappresenti l’effettivo accrescimento patrimoniale monetario da quest’ultimo conseguito per effetto del reato; tale confisca deve essere qualificata come confisca diretta, e non per equivalente, e non è ostativa alla sua adozione l’allegazione o la prova dell’origine lecita del numerario oggetto di ablazione».

Il punto sul quale la Sezione remittente aveva sollecitato un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite atteneva alla possibilità che, ai fini del sequestro e della confisca diretta del denaro costituente prezzo o profitto derivante dal reato, la fungibilità del bene esenti “sempre” dalla prova che il denaro soggetto a vincolo sia legato da un nesso di derivazione diretta al prezzo o profitto del reato, ovvero che tale evenienza configuri solo una presunzione superabile.

La Suprema Corte, dopo avere ripercorso le tappe del percorso giurisprudenziale sul perimetro della confisca diretta del prezzo e del profitto del reato consistente in una somma di denaro, approda alle Sezioni Unite n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, secondo cui “qualora il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme depositate su conto corrente bancario, di cui il soggetto abbia la disponibilità, deve essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura del bene, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato”.

A seguito di tale pronunciamento delle Sezioni Unite, favorevole alla qualificazione come diretta della confisca di denaro costituente prezzo o profitto del reato, la giurisprudenza successiva ha dato con continuità applicazione a quel principio di diritto ogni qualvolta si sia riscontrata una obiettiva “confusione” nel patrimonio dell’indagato/imputato del profitto monetario conseguito quale diretta conseguenza del reato a lui ascritto.

Tuttavia, i principi di diritto affermati dalle più recenti sentenze delle Sezioni Unite, ed in particolare da Sez. U. Lucci, sono stati posti in discussione da talune decisioni che la Corte di Cassazione ha reso in ordine a fattispecie caratterizzate a vario titolo dalla particolarità del fatto concreto o dalla specifica natura dei reati contestati, nonché da alcuni orientamenti dottrinari.

Le Sezioni Unite hanno risposto al quesito posto dalla Sezione remittente dando continuità al principio di diritto affermato, in tema di sequestro a fini di confisca diretta del prezzo o profitto monetario del reato, dalle Sezioni Unite Lucci.

In particolare, il Collegio ha voluto ribadire che “ai fini della confisca diretta del pretium delicti rappresentato da una somma di denaro, è indifferente l’identità fisica del numerario oggetto di ablazione rispetto a quello illecitamente conseguito. Conseguentemente, ritiene necessario precisare che il nesso eziologico di diretta provenienza che lega al reato la somma acquisita dall’autore, lungi dal venir meno, va tuttavia individuato, definito e conformato in relazione alla peculiare natura del denaro e alla disciplina giuridica sua propria. Il denaro è bene numerario fungibile. Esso è strumento corrispettivo di valore per eccellenza, specificamente destinato alla circolazione e a servire da mezzo di pagamento”.

La peculiare natura del “bene-denaro” costituente il prezzo o il profitto del reato conforma i tratti e la disciplina della confisca che lo abbia ad oggetto. A tale fine, quale numerario fungibile destinato ex lege a servire da mezzo di pagamento, esso è infatti ontologicamente e normativamente indifferente all’individuazione materiale del relativo supporto nummario: natura e funzione del denaro rendono recessiva la sua consistenza fisica, determinando la sua automatica confusione nel patrimonio del reo, che ne risulta correlativamente accresciuto. Per la confisca del prezzo o del profitto del reato che sia consistente in una somma di denaro è quindi irrilevante che il numerario conseguito dall’autore – perciò stesso confuso nel suo patrimonio, al pari, del resto, di eventuali altre acquisizioni monetarie lecite – sia materialmente corrispondente a quello sottoposto a confisca.

Per la Suprema Corte “la somma di denaro che ha costituito il prezzo o il profitto del reato non va dunque considerata, ai fini che ci occupano, nella sua fisica consistenza, ma nella sua ontologica essenza di bene fungibile e paradigma di valore. Se il prezzo o il profitto del reato è rappresentato da una somma di denaro, essa si confonde con le altre componenti del patrimonio del reo e perde perciò stesso ogni giuridico rilievo la sua identificabilità fisica”.

Secondo la Corte “da un lato, non occorrerà ricercare lo stesso numerario – le medesime banconote – conseguito dall’autore come diretta derivazione del reato da lui commesso, e, dall’altro, nessuna rilevanza sarà attribuibile all’eventuale esistenza di altri attivi monetari in ipotesi confluiti nel patrimonio del reo, foss’anche a seguito di versamenti di denaro aventi origine lecita nel suo conto corrente bancario. Lo scopo della misura non è, infatti, di ritrovare sul conto corrente del reo le stesse banconote ab origine costituenti il prezzo o il profitto del reato, ma di realizzare l’ablazione della somma che sia già entrata nel patrimonio dell’autore a causa della commissione dell’illecito ed ivi sia ancora rinvenibile […] la confisca diretta insegue non le banconote, ma la somma di denaro quale entità che incrementa il patrimonio del reo. Per il denaro, il nesso di pertinenzialità col reato non può essere inteso come fisica identità della somma confiscata rispetto al provento del reato, ma consiste nella effettiva derivazione dal reato dell’accrescimento patrimoniale monetario conseguito dal reo, che sia ancora rinvenibile, nella stessa forma monetaria, nel suo patrimonio. È tale incremento monetario che rappresenta il provento del reato suscettibile di ablazione, non il gruzzolo fisicamente inteso. […] Negli altri casi, la confisca del denaro dovrebbe sempre essere ritenuta una confisca di valore e potrebbe operare solo in ragione delle eccezionali ipotesi in cui quello specifico strumento ablatorio è consentito. Ma ciò, oltre a contraddire l’innanzi descritta, ontologica natura del denaro, caratterizzato dall’essere destinato a circolare rapidamente e in forma per lo più anonima quale strumento di pagamento e parametro di valore, comporterebbe evidenti ricadute negative sul piano della coerenza stessa del sistema, il quale verrebbe a fondarsi principalmente, in casi così rilevanti e frequenti, sullo strumento ablativo surrogatorio, normativamente riservato a un ristretto numero di fattispecie penali, laddove, al contrario, quello di carattere generale avrebbe di fatto un’applicazione del tutto residuale”.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza n. 42415 del 18.11.2021

2021-11-23T13:06:22+00:00 23 Novembre 2021|