Non si configura il reato di abuso d’ufficio se l’atto è connotato da discrezionalità tecnica.

Secondo la Corte di Cassazione non ricade nella sfera del penalmente rilevante la valutazione di un candidato nell’ambito di una selezione pubblica condotta in violazione di regole tecniche.
Il fatto, da cui origina la sentenza in parola, riguarda i presunti favoritismi nell’ambito di un concorso relativo all’ufficio stampa di un Polo universitario ospedaliero. Il giudice di seconde cure, riformando la pronuncia di primo grado, assolveva i membri della commissione di concorso dal reato di abuso di ufficio, loro ascritto, e dichiarava prescritto il reato di falso, ascritto alla candidata risultata prima in graduatoria, per aver attestato falsamente, nell’autocertificazione finalizzata alla partecipazione alla selezione, di aver collaborato per un anno con una rivista come autrice di articoli.
La candidata ricorreva in Cassazione sostenendo che la dichiarazione ritenuta falsa non era destinata ad essere trasfusa in alcun atto pubblico fidefaciente e che, in ogni caso, si trattava di un falso innocuo.
La parte civile, costituitasi, deduceva violazione di legge e vizio di motivazione in relazione ad entrambi i reati, stigmatizzando l’evidente sopravvalutazione, da parte della commissione, della candidata risultata vincitrice, anche in ragione della autocerticetificazione falsa sull’attività di collaborazione redazionale.
La Corte ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi, ma si è utilmente espressa su alcuni punti.
Gli Ermellini hanno precisato che “deve in ogni caso evidenziarsi che D.P.R. n. 445 del 2000, art. 76, punisce, attraverso il rinvio all’art. 483 c.p., indifferentemente le falsità compiute tanto negli atti di cui all’art. 46, quanto negli atti di cui all’art. 47 del suindicato decreto”. Dunque, con riguardo al reato di falso, sostiene che sussiste indipendentemente dal fatto che la dichiarazione sia o meno fidefaciente.
Continua affermando: “Quanto al falso innocuo, occorre evidenziare che sussiste tale fattispecie quando l’infedele attestazione (nel falso ideologico) o la compiuta alterazione (nel falso materiale) sono del tutto irrilevanti ai fini del significato dell’atto e del suo valore probatorio e, pertanto, non esplicano effetti sulla sua funzione documentale, con la conseguenza che l’innocuità deve essere valutata non con riferimento all’uso che dell’atto falso venga fatto, ma avendo riguardo all’idoneità dello stesso ad ingannare comunque la fede pubblica”. Nel caso di specie, la falsa dichiarazione non era stata innocua poiché uno dei parametri di selezione era proprio l’esperienza professionale e la candidata, dichiarando di avere collaborato per un anno alla redazione di una rivista, aveva conseguito il massimo dei punti.
Con riguardo alla incidenza concreta, nell’ambito delle procedure selettive, della riformulazione dell’art. 323 c.p. ad opera del D.L. 16 luglio 2020, n. 76, convertito dalla L. 11 settembre 2020, n. 120, la Corte ha affermato che: “rileva, da ultimo, il Collegio, che la nuova formulazione dell’art. 323 c.p., a seguito della novella introdotta dal D.L. 16 luglio 2020, n. 76, conv. dalla L. 11 settembre 2020, n. 120, recante: “Misure urgenti per la semplificazione l’innovazione digitale”, che ha sostituito le parole “di norme di legge o di regolamento,” con quelle “di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità” non può trovare applicazione nel caso in esame, dal momento che gli atti amministrativi connotati da un “margine di discrezionalità” tecnica sono esclusi dalla sfera del penalmente rilevante. Il fatto, quindi, alla luce della nuova normativa, non costituirebbe più abuso di ufficio. Nella discrezionalità tecnica la scelta della Amministrazione si compie, infatti, attraverso un complesso giudizio valutativo condotto alla stregua di regole tecniche. Il caso classico è proprio quello dei giudizi delle commissioni sul merito della produzione scientifica di un candidato. L’incoerenza del giudizio valutativo rispetto alla regola tecnica che lo sorregge non è più suscettibile di integrare la fattispecie tipica, a meno che la regola tecnica non sia trasfusa in una regola di comportamento specifica e “rigida”, di fonte primaria; ma anche in tal caso permane l’insindacabilità del “nucleo valutativo” del giudizio tecnico. Inoltre, rispetto al nuovo art. 323 c.p., il divieto di favoritismi privati, per quanto deducibile in via indiretta dal principio di imparzialità, non può considerarsi oggetto di un’espressa previsione da parte della norma costituzionale di cui all’art. 97, come oggi espressamente prescritto”.
Tale riformulazione ha ristretto notevolmente l’ambito di applicazione della fattispecie, infatti la condotta del pubblico funzionario deve consistere nella violazione di norme cogenti per l’azione amministrativa, cristallizzate in fonti primarie e descritte in maniera puntuale. Non sussiste rilevanza penale qualora le regole consentano al funzionario di agire in un contesto di discrezionalità.

Corte di Cassazione, sezione VI penale, sentenza n.14214 del 15.04.2021

2021-05-07T12:49:58+00:00 7 Maggio 2021|